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Terre d'ascolto

La qualità della nostra Vita è la qualità delle nostre relazioni, a cominciare da quella con sè.

Un luogo non luogo dove ascoltare, trovare, creare, confrontare, guardare, riflettere sul cammino straordinario che è la Vita.
Per ascoltarsi, crearsi, confrontarsi, guardarsi, riflettersi.
Per Amare ciò che è. Adesso. Incondizionatamente.

Mondi paralleli

su Carlo Posted on 04 Jun, 2014 12:09:48

Mondi paralleli

Vorrei approfittare
del blog e fare coming out definitivo per sensibilizzare e portare un minimo
di chiarezza a chi non conosce l’argomento.
Spero di non cadere nel pietoso e che molti
abbiano la pazienza di leggere fino in fondo.

Perchè il titolo Mondi Paralleli?
Chi ha visto il film Sliding Doors, sa di cosa
si tratta, al confine tra scienza e fantascienza, la possibilità che esistano altre dimensioni dove infinite
“copie” di noi stessi conducono vite diverse da quella che conduciamo
su questa, a seconda delle scelte che prendiamo. Spiegazione grossolana, giusto
per dare un’idea.

Ho scoperto in questo ultimo anno e mezzo che
esistono, quì, persone che vivono coscientemente in mondi paralleli. Sono i
malati cronici. Nello specifico faccio riferimento ai dializzati, ma vale per
ogni tipologia sostituendo il tipo di terapia.

Innanzitutto cos’è la dialisi: è una terapia
artificiale sostitutiva della funzione renale. Negli ultimi anni sono stati
fatti enormi progressi sulla diagnosi, comunque le cause delle nefropatie
(malattie dei reni) spesso sono sconosciute o quasi, non a caso molte sono
inserite nelle cosiddette “malattie rare”, e sono patologie
asintomatiche, quasi sempre quando ci si accorge è troppo tardi, non solo, sono
molto difficili da curare perchè ogni soggetto reagisce alle terapie in modo
diverso.
I dializzati vivono in mondi separati saltando da
uno all’altro un giorno sì e uno no, spesso più volte nello stesso giorno. Vi
racconto solo alcune delle dimensioni tra le quali si muovono. Il primo dei
mondi paralleli, divide chi è entrato in dialisi all’improvviso, con grande
spavento, e chi dopo periodi di malattia più o meno lunghi, talvolta già
affaticati. Avere la vita condizionata ad una macchina e andare obbligatoriamente
in ospedale un giorno sì e uno no, sono già motivi validi per un serio impatto
psicologico negativo per chiunque. Il secondo dei mondi paralleli, divide chi
ha accettato la malattia e bene o male ci convive, da chi la rifiuta, lotta
costantemente, peggiorando le cose e consumandosi prima del tempo alla ricerca
di motivazioni sempre insoddisfacenti. Altro mondo parallelo, tra chi è in
forze e chi è debilitato dalla malattia e dalla terapia, indipendentemente
dall’età anagrafica. Primo salto temporale: anche chi sta mediamente bene, per
10 sedute tutto ok, la 11ma, il giorno dopo non riesci a scendere dal letto. È
previsto un bel giro in moto, c’è il sole, “ma” non ce la fa neppure
a sollevare un bicchiere e sta divanato tutto il giorno. Il successivo si riprende,
però è già ora della seduta successiva, sperando che tutto vada bene e non
ricapiti. Chi, invece, è debilitato sempre, mediamente trascorre la sua vita in
casa tra fastidi vari, alcuni sostenibili, altri meno. Altro mondo parallelo:
chi sta in genere bene, cerca di condurre una vita “normale”:
lavorare, amici, un cinema. Già, peccato che molti di coloro che hanno un
lavoro, rischiano di perderlo. In tempi di crisi, è più facile e comodo
lasciare a casa una persona, che tre volte a settimana non c’è perchè ha la
seduta dialitica o si assenta per visite e controlli; sempre più diffuse le
vessazioni verso queste persone. Trovarlo, un lavoro, praticamente impossibile,
per le stesse ragioni e avere un curriculum spettacolare, conta meno di zero,
anzi è un problema per voce stessa degli addetti all’impiego. Per cui, il
sostentamento diventa un problema, salvo una misera pensione di invalidità.
Fortunatamente ci sono gli amici! Ha solo due sere
a settimana libere e i più “intimi”, carinamente, si organizzano con
lui; una sera gli farebbe piacere chessò, la pizzata con il gruppo facebook dei
motociclisti, “ma” l’evento è mercoledì sera, non può chiedere a
50-100 persone di spostare la data, quindi ciccia.
Altro mondo parallelo, quello tra il dializzato e
le persone “normali”, l’impressione è che nessuno sia in grado di
capirlo tranne i suoi simili, ed in effetti è così, fortunatamente la maggior
parte delle persone non conosce neppure la parola “dialisi”, e se la
conosce, non sa bene cosa sia, basta guardare le facce quando dice “Faccio
dialisi”, l’altro ha un punto di domanda stampato in fronte e/o risponde
“Ah!”. Quindi, senso di isolamento, un male davvero oscuro che porta
molte persone nel baratro della depressione dal quale non riescono più a
uscire. Altra dimensione, la famiglia, spesso la prima a non comprenderlo,
perchè, ad esempio, per una mamma è durissima accettare la “malattia”
del figlio, quindi nella sua testa fa finta che è “normale” o fa
parte anche lei delle persone che “non capiscono” e, solo per fare un
esempio:
Mamma: vieni a cena?
Dializzato: sì, passo di lì a mangiare
M: cosa ti preparo?
D: quello che vuoi, non stare a sbatterti, sai che
mangio cose semplici
M: ti faccio il pollo arrosto con le patate?
D: mamma, pollo va bene, le patate sai che non
posso, hanno un sacco di potassio
M: ah, già, scusa, allora con due pomodori in
insalata?
D: mamma, stesso discorso delle patate…
M: ah, è vero, allora una bella insalatona mista!
D: mamma lo sai che devo stare attento ai liquidi,
e la verdura è tutta acqua…ne mangio un pochino.
M: dài, dopo il pollo un pezzetto di formaggio,
quello che ti piace…
D: mamma, sai che devo stare attento al fosforo e i
formaggi sono pieni, specie combinati con la carne…
M: ecco non ti va bene niente e ti arrabbi sempre!
D: ok….

Uno dei problemi del dializzato, è l’assunzione di
liquidi, la terapia toglie quelli in eccesso non smaltiti che si accumulano
nell’organismo tra una seduta e l’altra, viene calcolato un peso detto
“secco” che fa da riferimento. Come si calcola questo peso? Ci sono
degli esami clinici, che però non danno risultati certi, il metodo più
veritiero è legato all’arrivo dei crampi, solitamente ai polpacci, durante la
seduta o subito dopo. Metodo un pò “barbaro” ma più sicuro, dicono i
medici. Finchè non si prova cosa sia, non si può capire. A volte sono così
dolorosi e improvvisi che il dializzato tirerebbe un calcio a chi gli si
avvicina. E talvolta sovvengono durante il riposo, specie dopo mangiato, per il
lavoro metabolico che porta liquidi verso lo stomaco per la digestione.
Questo processo di bilanciamento idrico è
complesso, la macchina toglie i liquidi in eccesso, con un limite di circa
1000ml/ora filtrando in continuo circa 400ml di sangue che rimangono nel
circuito per tutta la durata della terapia. Per quanto sopra ad ogni seduta si
possono perdere al massimo 3600ml di liquidi. Il punto è che in questo
“lavoro” il cuore viene sottoposto ad un “superlavoro”
rispetto al naturale, grosso modo gli si chiede di fare in 4 ore ciò che
normalmente fa in 24 quindi il “palloncino” si sgonfia e rigonfia più
del solito. Più peso si porta, più il cuore è “sotto stress”, quindi
è opportuno tra una seduta e l’altra, aumentare il meno possibile. E siccome
ciò che pesa e non viene smaltito, sono i liquidi, presenti in ogni cosa che
ingeriamo, è importante bere il meno possibile. A titolo di esempio, 100gr di
pasta cruda, portano circa 100ml di acqua quando è cotta, il riso 50% in più,
una mela, 100-150ml di acqua. L’organismo “evapora” circa 400ml di
liquidi al giorno con la sudorazione, messo tutto, le persone che non possono
fare attività fisica per varie ragioni, ovvero la maggior parte, non possono
bere più di 500ml di liquidi al giorno.
500ml sono niente, tre sorsi seri da una
bottiglietta!
Uno dei nemici più duri del dializzato, è la sete,
ovviamente. E allora per alleviare l’arsura, specie estiva, si ingegna con le
cose più assurde, succhiare cubetti di ghiaccio, lavare i denti più volte al
giorno, c’è gente che congela gli spicchi di mandarino!
Ci sono altre conseguenze a questa faccenda
dell’assumere pochi liquidi, oltre alla pelle sempre secca, una molto
fastidiosa è la stitichezza, ogni “seduta” diventa una specie di
parto, e non entriamo in altri particolari.
Ovviamente, le persone “normali” intorno,
il problema non ce l’hanno, quindi bevono acqua, birra, bibite, mangiano frutta
e verdura, fortunatamente per loro, quanto gli pare. Il dializzato è li di
fianco….e non può. Torna immediatamente alla dimensione parallela
“malato” anche durante una bella serata, con le conseguenze emotive
del caso.
Capita, specie all’inizio, che il dializzato passi
vicino a un fruttivendolo, al reparto bevande del supermercato o a una
fontanella e si metta a piangere.
Altro dettaglio, i turni di dialisi per rispettare
le tre sedute a settimana, si dividono in “corti”, gli
infrasettimanali (lun/merc/ven o mart/gio/sab) e il “lungo” ovvero
venerdì/lunedì o sabato/martedì, ovviamente nel “lungo” l’attenzione
al peso e a potassio e fosforo, sono maggiori. Potassio e fosforo sono tra i
nemici del dializzato perchè le persone “normali” espellono gli
eccessi con l’urina, il malato quasi sempre è anurico, pertanto niente plin
plin, potassio e fosforo restano “dentro” e possono fare gravi danni,
quali, per esempio, bloccare i muscoli, tra cui il cuore. Non è carino…
Anche questo fatto di smettere di urinare a seguito
dell’insufficenza renale, ha un impatto psicologico molto forte, spesso non
considerato. Quella è una delle funzioni naturali dell’essere umano, è uno
stimolo ancestrale proprio della vitalità stessa. Smetterlo è come non essere
più sè stessi.

Torna alla dimensione “normalità”, fa un
giro in moto con gli amici e, seduti a tavola, si parla di meccanica, battute e
qualcuno tira fuori: “oh, un bel giro 4/5 giorni per il ponte del Primo
maggio? Tenda e sacco a pelo sulle Alpi Marittime Francesi? Belle stradine di
curve, ci divertiamo…”
Salto nel mondo parallelo. Il dializzato non può
andarci, dovrebbe trovarsi un centro dialisi in zona, prenotare per tempo
inviando una serie infinita di esami, compilare dei moduli talvolta in inglese,
non è detto ci sia posto e in alcuni paesi extraeuropei deve pure pagarsela
profumatamente, anche 1000€ a seduta. Andate voi!

Ci sono poi i dettagli del momento mentre fai la
terapia: nel caso di emodialisi, la metodologia più diffusa, è previsto un
piccolo intervento che unisce due vene per aumentare il flusso sanguigno che
viene richiesto dalla macchina, si crea così quella che viene chiamata
“fistola” ovvero l’accesso venoso dove vengono posizionati gli aghi.
Ah, caro lettore, non ti ho scritto degli aghi. Ne vengono infilati due, nella
vena nuova che si è creata con la fistola, uno posizionato più in alto
dell’altro. Diametro dell’ago, solitamente circa 2mm, cosa vuoi che siano 2mm? Provare
per credere! Fortunatamente sono molto affilati, comunque il dolore del buco è
evidente nelle smorfie più o meno celate dal paziente. La fistola, a seguito
dell’aumento di pressione sanguigna, si dice che “trilla”, ovvero
emette una vibrazione data dal flusso. Quel “trillo” è il compagno di
vita del dializzato, dopo un pò si abitua, lo sente solo di notte. Quel
“trillo” è il segno che la fistola è viva, e deve assolutamente
esserci. Se smette, significa che la fistola si è chiusa e deve volare all’istante
in ospedale per tentare di farla riaprire tramite anticoagulanti o simili. Se
non succede, intervento chirurgico immediato per inserire un catetere composto
da due tubicini, nella vena suclavia, sotto il collo, che diventa
provvisoriamente l’accesso per la terapia in attesa che venga fatto
l’intervento per una nuova fistola.
Perchè se non si fa dialisi, si muore.
Segue, che una delle cose da ricordarsi durante il
giorno, ogni giorno, è verificare che ci sia il “trillo” toccando la
fistola di tanto in tanto. Ci sono persone che per ragioni varie usano sempre
il catetere, che ha dei limiti: pericolo di infezioni, difficoltà nel lavarsi,
usura, estetica, etc, però sono obbligati perchè non hanno vene idonee a fare
la fistola, troppo sottili o di portata insufficiente. Con il tempo la
dimensione della fistola, che all’inizio è poco più di una cicatrice, si gonfia
e diventa per alcuni come una pallina da tennis, tanto che, specie le donne, le
nascondono sotto camicie e maglioni per ovvie ragioni estetiche. Figuratevi chi
ne ha più di una perchè le altre si sono chiuse, magari ad entrambe le
braccia…
Un’altra cosa che il dializzato non deve mai
dimenticare è la terapia farmacologica, chi più chi meno prende una serie di
pastiglie per tenere sotto controllo il fosforo, il potassio, la pressione, il
colesterolo, gli acidi urici, l’acido folico etc…insomma una dose di almeno
una decina di pasticche al giorno ce l’hanno quasi tutti.
Per chi riesce, quasi obbligatorio fare attività
fisica, che serve a mantenere in forma il cuore e tutto l’apparato metabolico,
importante anche in prospettiva trapianto che va affrontato il più possibile in
forze. Tra l’altro fare attività serve anche ad avere un aspetto
“tonico”, di uno che “sta bene”. Bello sentirsi dire dal proprio
nefrologo: “…guarda questo, non sembra neanche che fa dialisi!”

Tornando ai dettagli, una volta posizionati gli
aghi dai quali escono i due tubi che vanno nella macchina, uno di emissione e
uno di reinfusione del sangue, il dializzato ha quattro ore, qualcuno tre e
mezzo, nelle quali se ne sta sul lettino con un braccio fermo, e cerca di
trascorrere il tempo. Legge, dorme, dove ci sono guarda la TV, naviga in rete,
fa due parole con i vicini o gli infermieri, i più depressi guardano il
soffitto con occhio catatonico per tutto il tempo. Se tutto va bene, perchè,
ogni tanto può succedere un abbassamento di pressione, un collasso,
un’emoragia, i già citati crampi. Finite le quattro ore, gli sfilano gli aghi,
sta qualche minuto a tamponare, poi gli mettono due fasce che andranno tolte
dopo 6/8 ore per dare tempo ai buchi di chiudersi e, se non perde sangue, se ne
va a casa tornando nella dimensione “normalità” fino alla seduta
successiva.
In attesa. Di cosa? Forse un giorno farà un
trapianto, se sarà fortunato prima, altrimenti poi. Quant’è prima e quanto poi?
La media nazionale è circa quattro anni, ma siccome è una roulette con tante
variabili di colore, c’è chi aspetta un anno chi dodici, chi non lo farà mai. E
non può saperlo prima.
Perchè per dare una dimensione nazionale alla cosa,
i numeri raccontano circa di 50.000 persone in dialisi, 20.000 trapiantate,
7000 in lista di attesa, 1500 trapiantate all’anno, 3.000.000 in insufficenza
renale cronica e altre 2.000.000 con i primi sintomi. Non male, eh?

Uno dei grossi equivoci è pensare che la dialisi
sostituisca la funzione renale, nossignori, fa un lavoro di depurazione di
circa il 20%, pertanto con gli anni il corpo del dializzato è più intossicato
di quello di una persona normale nello stesso periodo, con conseguente
aspettativa di vita ridotta. Altro grosso equivoco, c’è chi pensa che con il
trapianto si torni “normali”, non esattamente. Il trapianto
innanzitutto ha una sorta di periodo di garanzia, la media di durata è tra i
dieci e i quindici anni, a qualcuno dura molto di più a qualcun’altro molto
meno, dopodichè si torna in dialisi. Negli anni da trapiantato, si prendono un
sacco di farmaci antirigetto, certo oggi più “mirati” ma non esenti
da controindicazioni, quali l’insorgenza di tumori, oltre ovviamente,
all’obbligo dei controlli periodici per evitare i rischi di rigetto e
verificare che vada tutto bene, molto ravvicinati all’inizio poi più
distaccati.

Gli capita poi di tanto in tanto, di trovare il
Genio della Lampada, che sa lui come risolvere il problema e farlo uscire dalla
dialisi: mangia solo verdure, mangia solo vegetali crudi, non mangiare carne
rossa, non mangiare latticini, terapia con le onde delta, terapia omeopatica,
fiori di bach…e il malcapitato, pur di tirarsene fuori, le prova tutte, senza
risultati, salvo il prosciugamento del conto corrente. Dopo un pò si fa un pelo
più furbo e inizia a chiedere: “guardi, credo in questa metodologia che mi
propone, però non vorrei più fare da cavia, mi fa parlare con qualcuno che è
guarito, che è uscito dalla dialisi? Parlare, di persona, non leggere storie su
libri, siti…Sa com’è, c’è in gioco la mia vita…”. Oh, spariscono
tutti! Una carina è questa, per capire, consulto con uno di questi noti guru da
150€ a visita, dopo le prime domande di rito:
Guru: ah, sì, ho capito perfettamente il suo
problema, segua questa dieta crudista e nel giro di poche settimane uscirà
dalla dialisi!
Dializzato: ma è sicuro?
G: certamente, stia tranquillo, ripassi tra qualche
giorno che le preparo la scheda della dieta e le spiego
D: caspita! Incredibile! Quando ci rivediamo?
G: mah, direi mercoledì prossimo.
D: eh, mi spiace non posso faccio dialisi
G: allora può venerdì?
D: eh, mi spiace faccio dialisi anche venerdì
G: allora il mercoledì successivo
D: le ho detto che il mercoledì faccio dialisi…
G: ah, ma io pensavo la facesse ogni 15 giorni….
D: grazie, le faccio sapere. Arrivederci.
(Per capire, la dialisi è obbligatoria tre volte a
settimana, qualche fortunato ne fa due, qualche sfortunato in momenti difficili
anche ogni giorno)
Questo non sapeva neanche cos’è la dialisi, ed è
considerato un luminare, profumatamente pagato, pensa un pò cosa può fare il
“credere” in qualcosa, questa sì sarebbe una frontiera da studiare!
Fortunatamente ci sono anche medici e infermieri
eccezionali che svolgono il loro lavoro con coscienza, senza i quali il
dializzato non potrebbe vivere e ai quali va tutta la gratitudine possibile,
sono gli Angeli Custodi del malato.

Non è pensabile che quanto scritto sopra non porti
strascichi di carattere psicologico che hanno riscontri in tutti gli ambiti
della vita.
In tutto questo, il dializzato cerca con una forza
a volte commovente, sempre degna di ammirazione, di vivere nel mondo parallelo
chiamato “normalità”, dove spesso si sente dire cose tipo
“poverino, pensa alla salute”, “beato te che vai a riposarti 4
ore”, “ognuno ha la sua croce” o, peggio, “non essere
patetico”, poco importa il contesto. Quindi immaginate che effetto fa quando
incontra qualcuno, non al corrente della situazione, che gli dice “sai che
ti trovo proprio bene?”. Una gioia infinita!

Ho avuto il privilegio di conoscere dializzati che
sono persone meravigliose, sempre sorridenti, disponibili ad aiutare gli altri
anche a scapito di sè stessi, pronti a guardare avanti, anche nei momenti più
duri, durante ricoveri per problemi gravissimi in pericolo di vita! Certo,
magari suscettibili su certe cose, specie la mancanza di sensibilità, ma ne
hanno ben donde….
Non a caso i dializzati vengono chiamati
“Guerrieri”.

Ringrazio ogni giorno per avere l’opportunità di
questa esperienza che mi ha permesso di comprendere meglio che cosa è che cosa.
Vi abbraccio e sono grato per avere avuto la
pazienza di leggere fino quì.



La paura e l’amore

su Carlo Posted on 25 Apr, 2014 21:41:06

La paura e l’amore

Navigare nel buio
Mare in tempesta
Paura che ottenebra
Paura che nuoce
Paura che trema
Paura di morte
Non vedi la fine
La fine come unico fine
Solo, nell’oscurità
Come sono quì?
Fuggitivo, errante, non trovo, non vedo.
Un raggio di luce basta a fare scomparire il buio
Tutto è dono
La Vita, il respiro, una goccia d’acqua.
Un gesto d’Amore.



25 Gennaio 2013

su Carlo Posted on 25 Apr, 2014 21:28:27

Un anno è trascorso da quel 25 gennaio in cui per la prima volta entrai in
quella stanza piena di macchine, tubi, aghi e… persone.

Le luci sono fioche, tipiche del neon, i muri sono dipinti con un colore
avorio e le narici sono colpite dall’odore tipico di un locale pitturato di
fresco mescolato a quello che, per me, è ormai diventato un profumo, quello dei
disinfettanti caratteristici dei reparti.

La gentile ragazza, mi disse “quella è la tua”. La macchina è nuovissima, mi colpisce subito
l’alto livello tecnologico, un display con tanti colori mostra le varie
funzioni con diagrammi di varie dimensioni. Alcuni suoni escono dai vari
apparecchi, “bip, bip, bip” non fastidiosi, fanno da sottofondo e non
disturbano le persone “attaccate”, nel “nostro” gergo, che a prima vista sembrano riposare, qualcuno
legge, ascolta musica, guarda la TV. Altri hanno il volto sofferente, lo
sguardo perso nel vuoto, inaccettabile questa loro realtà.

Ero come un pulcino appena uscito dal guscio, tremante, impaurito e anche
un pò curioso.

La mia rinascita.

Già, sono una di quelle fortunate persone che hanno avuto l’opportunità di
avere una seconda vita.

La prima mi ha lasciato una eredità pesante della quale sono responsabile,
come un esploratore dilettante senza meta è responsabile della scelta di
percorrere strade sbagliate piene di trappole, in molte delle quali si infila
da solo per poi scoprire le ferite che lasciano.

Vagando nella nebbia seguendo indicazioni suggerite da tante persone e con
uno zaino sempre più pesante di cui non mi ero accorto in quanto indossato
dalla nascita, ho cominciato a trovare delle mappe che indicavano percorsi e
tappe in luoghi di ristoro diversi e attraenti. Un giorno un uomo sui 50 anni,
lunghi capelli e barba grigi, mi disse “togli lo zaino, ti riposerai
meglio”, risposi “quale zaino?”, ricordando il simpatico Igor di
Frankenstein Junior “Gobba? Quale gobba”. Mi accorsi che era pieno di
sassi, alcuni enormi, però quello zaino mi dava sicurezza, era parte di me e
abbandonarlo sembrava costare più fatica che tenerlo. Dopo ogni tappa, nella
quale incontravo persone che mi aiutavano ad alleggerire il peso, riprendevo il cammino. A volte lentamente
altre più veloce. La meta diveniva sempre più definita anche se la nebbia era
sempre presente.

Un giorno ho sbattuto contro la porta di un luogo che all’inizio mi è parso
l’inferno dantesco. Persone che soffrono intorno a me, spazi chiusi,
apparentemente soffocanti. Cosa faccio quì? Come ci sono capitato? Paura,
stordimento. Quegli odori forti, pungenti, quei gesti che invadono l’intimità,
che restano impressi nella mente e nel cuore e fanno capire quanto un essere
umano possa essere fragile quando le forze lo abbandonano e non può essere
autosufficiente.

Sono comparse altre persone, vestite di bianco, come Cherubini, che mi
hanno detto “è un momento difficile per te, la tua Vita è in pericolo,
affidati a noi che vogliamo aiutarti e… soprattutto a te stesso”. Faccio
fatica a capire, toppo spaventato.

Una delle tante notti insonni circondato dai fantasmi della paura della
morte, mi sovvengono le parole di una grande Maestra, Angela, che mi disse
“fai del limite un’opportunità, questa è la risorsa”. Come se avessi
acceso la luce in una stanza buia. Cominciai a vedere che quella era la Mia realtà e comunque fosse erano
momenti di Vita da vivere appieno.

La sofferenza si può: rifiutare, e allora rabbia, frustrazione, colpe e
sensi di colpa che la alimentano ulteriormente, oppure si può accogliere,
ognuno trova il suo modo, e allora può diventare un dono per sè e per l’altro e
portare sollievo.

Comprendere che per la legge dei grandi numeri, siamo 8 miliardi sulla
terra, a qualcuno capita; per me, è stato comprendere che quanto stava
accadendo era una straordinaria occasione che l’Universo, il Creatore, Dio,
chissà, mi dava per comprendere su quale pessima strada ero, ovvero quella che
andava contro di me, contro ciò che sentivo e la percorrevo da troppo tempo. Un’opportunità
di riflessione, per entrare in contatto con le parti più profonde di sè, per
affrontare la paura e scoprire che è solo un paravento che nasconde altro, spesso dietro c’è un piccolo bambino
spaventato che vuole essere visto, amato, riconosciuto e comprendo che diventa
sereno quando amo, vedo, riconosco. Scopro cosa significa avere fede, ovvero
affidarsi; cosa significa religione, ovvero regole che legano se usate per ego;
scopro cosa significa spiritualità, tutto quello che è intorno a me è
spiritualità, un fiore che germoglia, una persona che fa un sorriso, il sole
che spunta ogni mattina, le stelle nel cielo.

Mi accorsi di avere un altro Angelo accanto a me che vegliava e che per 47
anni non avevo visto, la Mamma. Già, proprio colei che per lungo tempo avevo
ritenuto responsabile del mio disagio, è la persona che era lì nel momento più
difficile con tutto ciò che poteva darmi, il suo Amore. Cominciamo a parlare e
ad ascoltarci l’un l’altra, cosa mai fatta prima. Scopriamo, in passaggi anche
durissimi, di vedere la vita in modo diverso e che il nostro legame è
indissolubile, proprio nella condivisione di questa difficoltà. Anche Papà è
con me, con la sua Anima e mi dona, da lassù tutto il suo sostegno e la sua
grande forza, come a chiedermi un perdono, già concesso, per le difficoltà che
mi ha dato quaggiù con quella bottiglia.

E allora…e allora, accadono dei miracoli: una donna si lamenta 24 ore su 24
a causa di una gamba in cancrena causata dal diabete, nulla la calma, neppure
la morfina. Le sue grida ti entrano nelle orecchie, nel cervello e soprattutto
nel cuore. Ho chiesto “in alto”, cosa potessi fare. La risposta è arrivata: mi
avvicino alla stanza, vedo nel letto una donna sulla sessantina, molto robusta,
il volto e il corpo segnati dalla sofferenza, lo sguardo è perso, gli
antidolorofici la stordiscono e le fanno perdere il senso della realtà. Vicino
al letto incrocio lo sguardo rassegnato della figlia, sempre presente. Osservo
la donna sdraiata, cerco di sentire il suo respiro, per un istante imito il suo
sguardo, la mossa della sua bocca e sento, come un colpo allo stomaco, tutta la
sua sofferenza.

La signora mi guarda, lentamente con una mano stringo la sua, le passo l’altra tra i capelli e le porgo un
sorriso di comprensione e, credo, Amore. Ecco il secondo miracolo, per qualche
secondo la donna mi sorride.

Il primo miracolo, è la trasformazione di quest’uomo (uomo è una parola
molto grossa…). Avere capito e compreso
che il rapporto con l’altro è possibile solo se prima c’è il rapporto con
me. Anni trascorsi alla ricerca
inconsapevole di soddisfare quel bisogno di essere amato, visto,
riconosciuto, cercando di aderire al
modello di riferimento che mi ha portato ad allontanarmi sempre più da me
stesso, “fare la vita di un altro” e ora, appunto, capire e comprendere che nel
momento in cui mi sono concesso di accettare ciò che sono “adesso”, vivermi, quel bisogno veniva soddisfatto
perché mi amo, mi vedo mi riconosco, amo, vedo e riconosco, e allora, e allora,
sono amato, visto, riconosciuto. Questo permette anche di vedere l’altro per
ciò che è adesso, un essere umano come me con luce e ombra, con la sua storia
che lo porta ad essere ciò che è adesso. Esattamente come me. Questo permette
il vero incontro su una ltro piano, a me sino ad ora, sconosciuto.

Dopo qualche giorno, una infermiera entra e mi dice: “Carlo, sento che sei
una persona sensibile, vorrei chiederti un favore. Nella stanza a fianco c’è
una ragazza che si chiama Carmen è in una situazione complicata, ha fatto un
doppio trapianto, e domani deve fare lo stesso esame antipatico che hai fatto
tu ieri, ed è spaventatissima. Potresti andare a parlarle?” Nella camera trovo
una ragazza sui 40 anni, piccola di statura, occhi intimoriti che sta tentando
faticosamente di mangiare qualcosa. Ci presentiamo e raccontiamo le nostre
storie. Mi siedo a fianco a lei, istintivamente assumo la sua stessa posizione
sulla sedia e noto dai movimenti delle spalle e dall’espressione del viso, che
la tensione si è un pochino sciolta.
Osservo gli occhi spalancati, la respirazione in affanno con la quale mi
sintonizzo, la gamba incrociata che si muove insistentemente, entrando in
sintonia capisco che ha bisogno di sfogarsi.
La ascolto con attenzione e più cerco di entrare nel suo respiro,
restando nella postura simile alla sua, più sento il suo stato di agitazione.
Dopo qualche minuto la parola rallenta e il respiro è meno affannoso. Mi ringrazia per l’ascolto e chiede informazioni. Con molta calma le spiego
come si svolge l’esame tecnicamente e come lo ho vissuto emotivamente, si
tratta del prelievo del midollo e dell’osso dalla cresta iliaca, alla fine mi
dice essersi tranquillizzata. La mattina successiva la aspetto davanti alla sua
porta, mi dice “Grazie Carlo, è andato tutto bene e ho sentito che eri con me,
che pregavi per me”. Da quel giorno ci incontravamo quasi tutte le sere per una
breve e intensa chiacchierata. Ho conosciuto suo marito, ci siamo scambiati le
sensazioni, le paure, i progetti per il nostro futuro, mi ha raccontato del suo
gatto. Carmen, non ce l’ha fatta. Alla
notizia, ho sentito il cuore che si lacerava e ho cominciato un pianto
ininterrotto di dispiacere e paura.

Le ferite degli ostacoli lungo il cammino fatto, sono profonde e difficili
da rimarginare, l’organismo ne ha risentito. Dopo 90 lunghi giorni, durante i
quali il corpo è stato profanato, a fin di bene, comunque lasciando segni
indelebili nello spirito, uno dei miei angeli custodi mi disse “così non
puoi andare avanti, troppo difficile, da domani la tua vita sarà legata a una
macchina a giorni alterni”.

La mente era leggera, scoppiai in un pianto liberatorio, di gioia. Vidi che
la Vita non era finita, ricominciava. Certo quel bimbo era spaventato, l’ho
preso per mano e gli ho detto “tu sei piccolo ed è giusto che hai paura,
non preoccuparti, ora ci sono io che sono adulto, forte e ti accompagno,
entriamo insieme in quella stanza, tutto andrà bene”. Così è stato. Dopo
circa 4 ore, la gentile signorina mi disse, togliendomi i due grossi aghi
“stacchiamo, sei stato bravissimo, tutto bene, ci vediamo
dopodomani”.

Da allora la mia vita è ricominciata con una diversa consapevolezza, e ha
percorso nuove e meravigliose strade, incontrato splendide persone, perchè
tutte le persone lo sono;

come me, ogni essere umano ha qualità bellissime e lati ombra, sta solo a
me quale voglio vedere, a cominciare da me stesso.

Non era nebbia quella che mi offuscava la strada, erano occhiali scuri. Ora
c’è ogni giorno il sole.

(Grazie a Gabriella e Antonio che mi hanno donato la vita e tutto l’Amore che hanno potuto.

Grazie a tutti coloro che lungo la strada mi hanno accompagnato e dato le
giuste indicazioni, in ordine sparso: Marco, Paola, Furio, Luca, Mauro, Angela,
Valentina, Raffaella e Michael, Frate Giovanni, Gesù, Yogananda, Raimond
Panikkar, Krishnamurti.)

Grazie a voi che avete avuto la benevolenza di leggermi.

Ora accendo la mia moto e parto verso la Vita.



Un bacio

su Carlo Posted on 25 Apr, 2014 21:16:18

Un bacio

Il cuore che sussulta
L’emozione che prende tutto di me
E ogni volta che ti penso mi travolge
Un brivido che si ripete quando non ci sei
La lacrima che scende pensando a te
Vivere che staremo insieme per sempre, anche se le nostre strade sono divise
Solo orgoglio e paura pongono l’ostacolo che è solo aria nel buio
Un Amore che trova la sua strada verso te, sempre
E mi lascia ancora senza fiato
Grazie per questo dono



Carmen…

su Carlo Posted on 25 Apr, 2014 21:12:03

L’aria fresca sul viso lungo quella strada “su quel ramo del lago” percorsa mille volte, oggi aveva un profumo diverso. La velocità è quella giusta che permette di sentire il motore, la musica nelle cuffiette dentro il casco. Lo specchio d’acqua è solo leggermente increspato dalla Breva, il cielo con qualche nuvola scura che spezza l’azzurro. Non incontro nessuno, l’atmosfera quasi irreale confrontata con il caos cittadino. Le esperienze vissute nel recente difficile periodo, quando la sola parola “futuro” appariva senza significato, fanno vivere queste emozioni intensamente come non mai riempiendo loro di un nuovo significato. Abbiamo condiviso le sofferenze e le piccole gioie quotidiane della degenza, ci siamo aiutati a vicenda nelle difficoltà e scoperto, nelle nostre chiacchierate, qualcosa di noi. Hai scelto di andartene da questa Terra, soffrivi troppo, ora, da lassù, vivi la tua serenità e, spero, che questo sia il pensiero anche di tuo marito e del gatto che amavi tanto. Cara Carmen, voglio dedicarti questo momento e viverlo anche per te.



Tornare a vivere? Tornare?

su Carlo Posted on 25 Apr, 2014 21:07:35

Il bagaglio è stato preparato la sera prima, solo poche cose dell’ultimo minuto da mettere via. Parto con comodo, verso le 9,30. Percorro le strade che attraversano la Lomellina, in mezzo alle risaie, i pochi raggi di sole fanno brillare di verde smeraldo i germogli delle giovani pianticelle immerse nell’acqua che presto renderanno i preziosi chicci. Attraverso le dolci colline del Monferrato che mi portano ad Alba dove mi incontro con Paola e conosco il suo compagno, che mi offrono un gustoso pranzo. La dolcezza del gattino Chico appena arrivato con i suoi 30gg e abbandonato o perso dalla mamma, ora accolto da questa coppia, riempie la bella casa di tenerezza. Le chiacchiere con la cara Amica, sempre piene di ricchezza, per le quali sento una immensa riconoscenza, ci portano alla metà del pomeriggio quando, verso le 17, riprendo la mia strada. Lungo la via verso le montagne, incontro casualmente una coppia di amici e facciamo due parole. Verso le 19,30 sono sul Col di Tenda e scendo sulla valle del Roya. Un paesaggio incantevole, l’aria è fresca sul viso e i profumi di tigli, sambuco, gelsomino, stimolano le narici con piacevoli sensazioni. L’ora tarda mi fa decidere per montare la tenda in un piacevole campeggio nel paese, guarda cado, dal nome Tende. È un luogo molto piacevole, poche case, un’atmosfera vagamente retrò. I turisti di passaggio e gli escursionisti che scoprono i percorsi di questa che è chiamata la Valle delle Meraviglie, danno vita ai pochi locali e sembra già vacanza. Mangio qualcosa e la stanchezza della giornata mi porta nel sacco a pelo verso le 21,45. Come solito, i primi raggi di sole mi svegliano e alle 6,30 sono sul percorso che mi porta verso Ventimiglia dove imbocco la bella Basse Corniche attraversando Mentone, Montecarlo, Cap d’Ail, Eze e arrivo a Nizza. Troppo traffico a causa delle strade chiuse per il passaggio del Tour de France ciclistico. Piccolo pezzo di autostrada e verso le 9 sono a Cannes dove faccio colazione sul mare. La bellezza delle rocce rosse colpite dal sole del massiccio dell’Esterel con la strada costiera a ridosso di un mare blu meraviglioso, mi fanno ringraziare il Divino per vivere questa esperienza. Mi tuffo nell’acqua da una piccola caletta che conosco nei pressi di Agay, quando sono asciutto riprendo la strada. Gusto un pranzo frugale dopo avere percorso la N7 che attraversa il massiccio dall’interno. Una strada totalmente immersa nel verde dei pini marittimi che arricchiscono queste brulle rocce dal colore granato. Raggiungo a Mentone la strada bellissima che porta a Sospel, altra perla della zona montuosa intorno alla valle del Roya. Verso le 18,30 sono sul Col di Tenda e riprendo verso casa dove arrivo verso le 21. Andatura sempre tranquilla per godere appieno del viaggio, casco aperto per ricevere e donare. Non ho neppure contato i km, il piacere di questo primo giro “serio” in questa stagione per me così diversa, di ritorno alla Vita, mi ha fatto apparire queste strade percorse mille volte, con una luce del tutto nuova, colori, profumi, emozioni intense come solo la Vita vissuta appieno ci dona. Questa è una delle esperienze che recentemente mi hanno portato a comprendere il Divino, dentro e fuori.



Il Piave mormorò…

su Carlo Posted on 25 Apr, 2014 21:01:13

L’aria della mattina presto è frizzante, un poco di umidità, il panorama circostante mi fa venire un brivido: le montagne velate da poche nubi, i primi raggi di sole chiedono permesso e aprono il cielo. Una stradina sterrata costeggia il fiume Piave, palcoscenico di epiche battaglie in tempi lontani, ma non troppo, per ricordare che quì molti uomini hanno perso la Vita per la nostra libertà, che troppo spesso dimentichiamo come bene scontato. L’acqua è fresca, la tocco e sento l’energia dello scorrere leggiadro. Proseguo immerso nel verde di un bosco che disseta le radici nel fiume. La strada sulla quale mi immetto è splendida, scavata nella valle tra i monti. Il vento muove i rami e le foglie creando una musica che dona emozioni. I piccoli paesi di poche case ricordano alla mente la bellezza e atmosfera di un presepe estivo. Visito un piccolo castello, una sorgente intitolata al Santo Pellegrino per eccellenza, Giacomo. Rientro percorrendo la riva opposta della bella valle. Il pensiero inevitabilmente va a quei mesi trascorsi in un letto con un futuro incerto. Il Cielo, i medici, la macchina, mi hanno ridato Vita e posso solo ringraziare. Nella piccola casa di montagna, parcheggio la mia bici dopo questi 50 chilometri di pura gioia di Vivere.



Rouen 2008

su Carlo Posted on 23 Apr, 2014 19:40:45

“Rouen 18/08/08
Tempo infame, ma per tutto il giorno non metto l’antipioggia. Punto su Deauville e faccio tutta la costa. Molto caratteristiche queste cittadine di villeggiatura con le case tipiche a traliccio. Poi comincia la zona del D-Day. Vedo il Ponte Pegasus, i ponti Mulberry ad Arromanches. Le varie spiagge (Juno, Omaha, Sword, Utah, Gold) e il memoriale canadese a Juno Beach. Veramente sinistri i bunker, le batterie, le spiagge, i cimiteri. Fanno riflettere sugli orrori della guerra. Cena a Caen e nanna in uno dei soliti Etap: una certezza. Lei è sempre nei miei pensieri: ogni 5 minuti guardo se mi ha mandato un sms. Oggi per il primo giorno non mi ha scritto. Secondo me è partita con A. per le vacanze. Vedremo, mi proteggo. Difficile farle capire cosa provo e sento in questi giorni…”
Diario ritrovato di un viaggio in moto.



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