I più recenti studi e sondaggi realizzati in Italia, ad esempio nel
2013 da Aned (Associazione Nazionale Emodializzati e Trapiantati), e anche in
altri Paesi come gli Stati Uniti, i quali risultati sono facilmente a
disposizione sul web, indicano che la criticità più importante in questo
momento nell’ambiente medico ed in particolare verso i pazienti cronici, è
legato alla qualità della comunicazione interpersonale tra i protagonisti.
Ovvero il malato si sente “curato” ma NON “preso in cura”, salvo alcuni casi di
eccellenza in questo senso, la persona non si sente tale ma un “numero”.
Medici, infermieri, personale di servizio, non riescono a creare con il
paziente ciò di cui ha maggiormente bisogno nel momento più difficile, ovvero
l’attenzione come essere umano. Il personale sanitario, anche a seguito della
iper-specializzazione, è estremamente preparato dal punto di vista “tecnico”,
ha perso di vista la qualità fondamentale del medico, ovvero, l’ascolto
profondo, come scrivevo sopra salvo casi particolari che, infatti, emergono per
questo aspetto. Proprio quella qualità che i fondatori della medicina hanno
definito come fondamentale, una buona cura parte da un ascolto profondo del paziente,
a partire dalla sua sfera ambientale ed emotiva. Per avere conferma di questo è
sufficiente fare una breve visita in qualunque reparto ospedaliero o
ambulatorio medico. Il tempo dedicato dal professionista o dal collaboratore,
alla comprensione degli aspetti relazionali è quasi del tutto inesistente.
Eppure gli studi hanno dimostrato come la qualità della relazione ovvero il
fatto che il paziente si senta accolto, ascoltato, accettato in momenti così
difficili nei quali si ritrova spaventato e disorientato, sia la parte fondante
del processo di guarigione.

Negli ultimi tempi sono stati fatti alcuni passi in questo senso,
ancora troppo poco. Le corsie degli ospedali e sale d’aspetto degli ambulatori
pullulano di persone che lamentano questa carenza, frasi come “vado dentro, mi
fa la ricetta senza neanche ascoltarmi”, oppure in corsia “è passato il medico,
non ho neppure capito cosa mi ha detto”, vengono ripetute in continuazione. E’
evidente che questo processo richiede un cambiamento epistemiologico nell’approccio
al paziente, ovvero l’attivazione da
parte del personale sanitario delle qualità dell’essere come empatia, capacità
di ascolto profondo, che in realtà è un ritorno alle origini della stessa
disciplina medica cioè una relazione “empatica” con il paziente. Uno studio del 2012 promosso e condotto alla
Thomas Jefferson University di Philadelphia, ha coinvolto circa 900 pazienti diabetici,
spesso causa dell’insufficienza renale terminale, e una trentina di medici: i risultati, pubblicati sul Journal of American
Medical Colleges e facilmente reperibili sulla US National Library of
Medicine, hanno mostrato come i medici
più “empatici” avevano pazienti in grado di controllare meglio parametri come emoglobina
glicata e colesterolo. Analogo studio è stato svolto anche da un gruppo di
ricercatori nazionali presso la ASL di Parma,
il livello di empatia dei medici è stato misurato attraverso un questionario composto da venti domande che indaga la capacità del
medico di capire dolore, lamentele e preoccupazioni del paziente offrendo il
proprio aiuto e sostegno. Quindi, si è misurato il grado di controllo della
malattia dei diabetici andando a registrare l’incidenza di complicanze
metaboliche acute (dal coma agli squilibri elettrolitici gravi) che hanno
richiesto un ricovero: secondo i ricercatori infatti la prevenzione di questo
tipo di eventi è molto influenzata dal medico e da come gestisce ed educa il
paziente.

I risultati, anche questi facilmente reperibili in rete, sono chiari: i ricoveri per complicanze
acute, circa 130 nell’anno della valutazione, sono molto più probabili fra i
pazienti di medici meno empatici. Se invece il dottore è comprensivo e vicino
al malato, i guai sono molto più rari: solo circa una trentina di ricoveri
arrivano da assistiti di medici che si identificano di più nelle sofferenze dei
loro pazienti. Un dato sconcertante e che fa riflettere con la forza dei numeri. E’ evidente che il mondo della medicina non
può valutare il lavoro del personale sanitario in base alla capacità di
contenere i costi o districarsi nella burocrazia. E’ opportuno attivarsi con un
livello formativo diverso dall’attuale e che sia rivolto all’insegnamento e
alla riscoperta nel singolo delle vere qualità dell’essere.