Un anno è trascorso da quel 25 gennaio in cui per la prima volta entrai in
quella stanza piena di macchine, tubi, aghi e… persone.

Le luci sono fioche, tipiche del neon, i muri sono dipinti con un colore
avorio e le narici sono colpite dall’odore tipico di un locale pitturato di
fresco mescolato a quello che, per me, è ormai diventato un profumo, quello dei
disinfettanti caratteristici dei reparti.

La gentile ragazza, mi disse “quella è la tua”. La macchina è nuovissima, mi colpisce subito
l’alto livello tecnologico, un display con tanti colori mostra le varie
funzioni con diagrammi di varie dimensioni. Alcuni suoni escono dai vari
apparecchi, “bip, bip, bip” non fastidiosi, fanno da sottofondo e non
disturbano le persone “attaccate”, nel “nostro” gergo, che a prima vista sembrano riposare, qualcuno
legge, ascolta musica, guarda la TV. Altri hanno il volto sofferente, lo
sguardo perso nel vuoto, inaccettabile questa loro realtà.

Ero come un pulcino appena uscito dal guscio, tremante, impaurito e anche
un pò curioso.

La mia rinascita.

Già, sono una di quelle fortunate persone che hanno avuto l’opportunità di
avere una seconda vita.

La prima mi ha lasciato una eredità pesante della quale sono responsabile,
come un esploratore dilettante senza meta è responsabile della scelta di
percorrere strade sbagliate piene di trappole, in molte delle quali si infila
da solo per poi scoprire le ferite che lasciano.

Vagando nella nebbia seguendo indicazioni suggerite da tante persone e con
uno zaino sempre più pesante di cui non mi ero accorto in quanto indossato
dalla nascita, ho cominciato a trovare delle mappe che indicavano percorsi e
tappe in luoghi di ristoro diversi e attraenti. Un giorno un uomo sui 50 anni,
lunghi capelli e barba grigi, mi disse “togli lo zaino, ti riposerai
meglio”, risposi “quale zaino?”, ricordando il simpatico Igor di
Frankenstein Junior “Gobba? Quale gobba”. Mi accorsi che era pieno di
sassi, alcuni enormi, però quello zaino mi dava sicurezza, era parte di me e
abbandonarlo sembrava costare più fatica che tenerlo. Dopo ogni tappa, nella
quale incontravo persone che mi aiutavano ad alleggerire il peso, riprendevo il cammino. A volte lentamente
altre più veloce. La meta diveniva sempre più definita anche se la nebbia era
sempre presente.

Un giorno ho sbattuto contro la porta di un luogo che all’inizio mi è parso
l’inferno dantesco. Persone che soffrono intorno a me, spazi chiusi,
apparentemente soffocanti. Cosa faccio quì? Come ci sono capitato? Paura,
stordimento. Quegli odori forti, pungenti, quei gesti che invadono l’intimità,
che restano impressi nella mente e nel cuore e fanno capire quanto un essere
umano possa essere fragile quando le forze lo abbandonano e non può essere
autosufficiente.

Sono comparse altre persone, vestite di bianco, come Cherubini, che mi
hanno detto “è un momento difficile per te, la tua Vita è in pericolo,
affidati a noi che vogliamo aiutarti e… soprattutto a te stesso”. Faccio
fatica a capire, toppo spaventato.

Una delle tante notti insonni circondato dai fantasmi della paura della
morte, mi sovvengono le parole di una grande Maestra, Angela, che mi disse
“fai del limite un’opportunità, questa è la risorsa”. Come se avessi
acceso la luce in una stanza buia. Cominciai a vedere che quella era la Mia realtà e comunque fosse erano
momenti di Vita da vivere appieno.

La sofferenza si può: rifiutare, e allora rabbia, frustrazione, colpe e
sensi di colpa che la alimentano ulteriormente, oppure si può accogliere,
ognuno trova il suo modo, e allora può diventare un dono per sè e per l’altro e
portare sollievo.

Comprendere che per la legge dei grandi numeri, siamo 8 miliardi sulla
terra, a qualcuno capita; per me, è stato comprendere che quanto stava
accadendo era una straordinaria occasione che l’Universo, il Creatore, Dio,
chissà, mi dava per comprendere su quale pessima strada ero, ovvero quella che
andava contro di me, contro ciò che sentivo e la percorrevo da troppo tempo. Un’opportunità
di riflessione, per entrare in contatto con le parti più profonde di sè, per
affrontare la paura e scoprire che è solo un paravento che nasconde altro, spesso dietro c’è un piccolo bambino
spaventato che vuole essere visto, amato, riconosciuto e comprendo che diventa
sereno quando amo, vedo, riconosco. Scopro cosa significa avere fede, ovvero
affidarsi; cosa significa religione, ovvero regole che legano se usate per ego;
scopro cosa significa spiritualità, tutto quello che è intorno a me è
spiritualità, un fiore che germoglia, una persona che fa un sorriso, il sole
che spunta ogni mattina, le stelle nel cielo.

Mi accorsi di avere un altro Angelo accanto a me che vegliava e che per 47
anni non avevo visto, la Mamma. Già, proprio colei che per lungo tempo avevo
ritenuto responsabile del mio disagio, è la persona che era lì nel momento più
difficile con tutto ciò che poteva darmi, il suo Amore. Cominciamo a parlare e
ad ascoltarci l’un l’altra, cosa mai fatta prima. Scopriamo, in passaggi anche
durissimi, di vedere la vita in modo diverso e che il nostro legame è
indissolubile, proprio nella condivisione di questa difficoltà. Anche Papà è
con me, con la sua Anima e mi dona, da lassù tutto il suo sostegno e la sua
grande forza, come a chiedermi un perdono, già concesso, per le difficoltà che
mi ha dato quaggiù con quella bottiglia.

E allora…e allora, accadono dei miracoli: una donna si lamenta 24 ore su 24
a causa di una gamba in cancrena causata dal diabete, nulla la calma, neppure
la morfina. Le sue grida ti entrano nelle orecchie, nel cervello e soprattutto
nel cuore. Ho chiesto “in alto”, cosa potessi fare. La risposta è arrivata: mi
avvicino alla stanza, vedo nel letto una donna sulla sessantina, molto robusta,
il volto e il corpo segnati dalla sofferenza, lo sguardo è perso, gli
antidolorofici la stordiscono e le fanno perdere il senso della realtà. Vicino
al letto incrocio lo sguardo rassegnato della figlia, sempre presente. Osservo
la donna sdraiata, cerco di sentire il suo respiro, per un istante imito il suo
sguardo, la mossa della sua bocca e sento, come un colpo allo stomaco, tutta la
sua sofferenza.

La signora mi guarda, lentamente con una mano stringo la sua, le passo l’altra tra i capelli e le porgo un
sorriso di comprensione e, credo, Amore. Ecco il secondo miracolo, per qualche
secondo la donna mi sorride.

Il primo miracolo, è la trasformazione di quest’uomo (uomo è una parola
molto grossa…). Avere capito e compreso
che il rapporto con l’altro è possibile solo se prima c’è il rapporto con
me. Anni trascorsi alla ricerca
inconsapevole di soddisfare quel bisogno di essere amato, visto,
riconosciuto, cercando di aderire al
modello di riferimento che mi ha portato ad allontanarmi sempre più da me
stesso, “fare la vita di un altro” e ora, appunto, capire e comprendere che nel
momento in cui mi sono concesso di accettare ciò che sono “adesso”, vivermi, quel bisogno veniva soddisfatto
perché mi amo, mi vedo mi riconosco, amo, vedo e riconosco, e allora, e allora,
sono amato, visto, riconosciuto. Questo permette anche di vedere l’altro per
ciò che è adesso, un essere umano come me con luce e ombra, con la sua storia
che lo porta ad essere ciò che è adesso. Esattamente come me. Questo permette
il vero incontro su una ltro piano, a me sino ad ora, sconosciuto.

Dopo qualche giorno, una infermiera entra e mi dice: “Carlo, sento che sei
una persona sensibile, vorrei chiederti un favore. Nella stanza a fianco c’è
una ragazza che si chiama Carmen è in una situazione complicata, ha fatto un
doppio trapianto, e domani deve fare lo stesso esame antipatico che hai fatto
tu ieri, ed è spaventatissima. Potresti andare a parlarle?” Nella camera trovo
una ragazza sui 40 anni, piccola di statura, occhi intimoriti che sta tentando
faticosamente di mangiare qualcosa. Ci presentiamo e raccontiamo le nostre
storie. Mi siedo a fianco a lei, istintivamente assumo la sua stessa posizione
sulla sedia e noto dai movimenti delle spalle e dall’espressione del viso, che
la tensione si è un pochino sciolta.
Osservo gli occhi spalancati, la respirazione in affanno con la quale mi
sintonizzo, la gamba incrociata che si muove insistentemente, entrando in
sintonia capisco che ha bisogno di sfogarsi.
La ascolto con attenzione e più cerco di entrare nel suo respiro,
restando nella postura simile alla sua, più sento il suo stato di agitazione.
Dopo qualche minuto la parola rallenta e il respiro è meno affannoso. Mi ringrazia per l’ascolto e chiede informazioni. Con molta calma le spiego
come si svolge l’esame tecnicamente e come lo ho vissuto emotivamente, si
tratta del prelievo del midollo e dell’osso dalla cresta iliaca, alla fine mi
dice essersi tranquillizzata. La mattina successiva la aspetto davanti alla sua
porta, mi dice “Grazie Carlo, è andato tutto bene e ho sentito che eri con me,
che pregavi per me”. Da quel giorno ci incontravamo quasi tutte le sere per una
breve e intensa chiacchierata. Ho conosciuto suo marito, ci siamo scambiati le
sensazioni, le paure, i progetti per il nostro futuro, mi ha raccontato del suo
gatto. Carmen, non ce l’ha fatta. Alla
notizia, ho sentito il cuore che si lacerava e ho cominciato un pianto
ininterrotto di dispiacere e paura.

Le ferite degli ostacoli lungo il cammino fatto, sono profonde e difficili
da rimarginare, l’organismo ne ha risentito. Dopo 90 lunghi giorni, durante i
quali il corpo è stato profanato, a fin di bene, comunque lasciando segni
indelebili nello spirito, uno dei miei angeli custodi mi disse “così non
puoi andare avanti, troppo difficile, da domani la tua vita sarà legata a una
macchina a giorni alterni”.

La mente era leggera, scoppiai in un pianto liberatorio, di gioia. Vidi che
la Vita non era finita, ricominciava. Certo quel bimbo era spaventato, l’ho
preso per mano e gli ho detto “tu sei piccolo ed è giusto che hai paura,
non preoccuparti, ora ci sono io che sono adulto, forte e ti accompagno,
entriamo insieme in quella stanza, tutto andrà bene”. Così è stato. Dopo
circa 4 ore, la gentile signorina mi disse, togliendomi i due grossi aghi
“stacchiamo, sei stato bravissimo, tutto bene, ci vediamo
dopodomani”.

Da allora la mia vita è ricominciata con una diversa consapevolezza, e ha
percorso nuove e meravigliose strade, incontrato splendide persone, perchè
tutte le persone lo sono;

come me, ogni essere umano ha qualità bellissime e lati ombra, sta solo a
me quale voglio vedere, a cominciare da me stesso.

Non era nebbia quella che mi offuscava la strada, erano occhiali scuri. Ora
c’è ogni giorno il sole.

(Grazie a Gabriella e Antonio che mi hanno donato la vita e tutto l’Amore che hanno potuto.

Grazie a tutti coloro che lungo la strada mi hanno accompagnato e dato le
giuste indicazioni, in ordine sparso: Marco, Paola, Furio, Luca, Mauro, Angela,
Valentina, Raffaella e Michael, Frate Giovanni, Gesù, Yogananda, Raimond
Panikkar, Krishnamurti.)

Grazie a voi che avete avuto la benevolenza di leggermi.

Ora accendo la mia moto e parto verso la Vita.